Così libereremo l’Italia… di Guido Grossi

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Volentieri pubblichiamo questo contributo di Guido Grossi (Sovranità Popolare APS), tra i primi promotori della manifestazione del 12 ottobre Liberiamo l’Italia.

* * *

IL POCESSO DI LIBERAZIONE

Questo documento contiene una serie di domande ed una serie di proposte di riforme politiche concrete, che il Comitato Promotore della manifestazione del 12 ottobre sottopone all’attenzione pubblica.

PREMESSA

Il popolo italiano è prigioniero di molte convinzioni errate. Dobbiamo “vederle” per potercene liberare.

  1. La prima è nella sensazione di essere bloccati all’interno di un soggetto politico-giuridico che chiamiamo Europa.

Riflettiamo su quanti italiani, pur divenuti scettici, sono convinti che non sia materialmente possibile “uscire dall’Europa”!

Eppure, nella realtà, l’Europa politica non è mai nata: infatti, non è mai stata approvata una Costituzione europea!

L’Europa politica, letteralmente, NON esiste.

Osserva: una parte importante del potere di prendere decisioni politiche (con la grave eccezione della materia monetaria) è ancora nelle mani delle Istituzioni nazionali!

L’Unione europea NON ha infatti il potere giuridico di imporre decisioni, a meno che queste non siano volontariamente recepite dalle Istituzioni dei singoli Stati.

Di fatto, le stesse regole suggerite dagli organismi europei sono spesso “interpretate diversamente” (se non proprio ignorate) da alcuni Stati dell’Unione (Francia, Germania ed altri), nel momento in cui le recepiscono e “le adattano” nella propria normativa nazionale.

Sono scorretti loro o siamo stupidi noi?

È importante o non è importante il rispetto della Costituzione e delle prerogative nazionali?

In Italia, questo potere di adattamento viene totalmente disconosciuto dalla classe politica, sistematicamente appiattita sulle richieste degli organismi tecnocratici europei, anche quando le indicazioni danneggiano palesemente gli interessi della popolazione e sono in contrasto con il dettato e lo spirito della Costituzione.

2) La seconda convinzione errata è che l’Unione europea possa in qualche modo proteggerci dalle prepotenze delle multinazionali e della finanza privata, diventate più potenti degli Stati nazionali.

In realtà le regole europee, e perfino l’opacità della sua struttura organizzativa, privilegiano meccanicamente proprio i diritti del grande capitale e delle merci, anziché quelli delle persone.

A partire dalla totale e ingiustificabile autonomia del potere finanziario, concentrato nella BCE e nel MES, rispetto al potere politico, sia nazionale che sopra nazionale.

Teniamo presente che i Trattati (mai sottoposti a referendum) sono scritti in maniera inutilmente lunga e oggettivamente complicata, troppo tecnica; insomma: sono di difficilissima comprensione!

Ma estraendo l’essenza della disciplina ivi compresa, troviamo quattro obiettivi fondamentali, scolpiti nella roccia, che devono diventare chiari a tutta la popolazione:

1- stabilità maniacale della moneta e intoccabilità della BCE;

2- contesto altamente competitivo;

3- rigido divieto di intervento della politica nell’economia;

4- libertà totale di movimento per capitali e merci.

QUESTE REGOLE DANNEGGIANO MECCANICAMENTE LA POLITICA E L’ECONOMIA REALE A FAVORE DELLA FINANZA SPECULATIVA.

Non è un caso che ogni decisione proveniente dagli organismi tecnocratici risulti oggettivamente sgradita alle popolazioni, e renda felici, invece, proprio i mercati!

Se i popoli europei avessero potuto conoscere queste regole, non le avrebbero mai approvate.

Sei popoli europei venissero adeguatamente informati, oggi, della reale struttura normativa dell’Unione europea, si attiverebbero per uscirne.

3) La terza convinzione errata è che non sia più obbligatorio applicare la Costituzione italiana, in quanto superata dai Trattati europei.

In realtà la Costituzione può essere superata SOLO DALLA FINE DEFINITIVA DELLO STATO NAZIONALE.

Cosa chiarissima ai tedeschi, ai francesi, agli inglesi, che nel caso di dubbio interpretativo fra Costituzione nazionale e trattati fanno prevalere SEMPRE la prima.

I nostri rappresentanti nazionali, scioccamente, no!

4) La quarta convinzione erratissima è che i soldi siano finiti, e che l’Italia sia diventata un paese povero, senza risorse finanziarie.

A prescindere dalla realtà ormai chiara anche ai sassi che i soldi non possono mai finire, visto che le banche centrali li creano dal nulla, senza costi e senza limiti fisici!

È comunque fondamentale che tutti gli italiani divengano consapevoli della circostanza che la condizione finanziaria complessiva del Paese è ancora oggi una delle migliori e più equilibrate al mondo, come ricordano le elaborazioni di banca d’Italia, purtroppo non pubblicizzate a dovere.

5) La quinta convinzione errata è che sia necessario “garantire la governabilità” attraverso leggi elettorali maggioritarie.

Non ci si rende conto che leggi maggioritarie consegnano il potere di imporre le proprie scelte a minoranze organizzate.

Pochi ricordano ancora che il Governo è organo ESECUTIVO, che deve limitarsi ad eseguire decisioni prese dal PARLAMENTO.

Perché è solo nel Parlamento che può essere assicurata la composizione degli interessi di tutti, se adeguatamente rappresentati.

La rappresentanza di tutti può essere garantita esclusivamente da leggi elettorali interamente proporzionali.

La conseguenza pericolosa di tutte queste convinzioni errate è sotto gli occhi di tutti:

– ci sentiamo poveri e non facciamo investimenti;

– il Paese è in svendita;

– in tutta Europa si stanno accumulando, pericolosamente, gravi squilibri sociali, commerciali e finanziari.

In molti paesi europei le classi dirigenti hanno capito infatti che l’Unione europea non può sopravvivere a sé stessa, e stanno perciò riprogrammando (a proprio vantaggio) l’impianto dei futuri rapporti internazionali.

I grandi saggi dell’Istituto tedesco IFO, (strumento di  consulenza al Governo federale), lavorano da tempo a predisporre ed affinare il piano B di uscita programmata dall’Unione!

Da noi sembra impossibile perfino parlarne…

In Italia, purtroppo, il dibattito pubblico interno è distorto da un sistema informativo inadeguato e da una classe dirigente inqualificabile.

L’attuale classe politica dirigente italiana, assecondata dal sistema informativo, è totalmente inadeguata rispetto alla drammaticità della situazione; ha perso il contatto con il popolo che dovrebbe rappresentare; nei confronti delle richieste più assurde provenienti dai mercati e dall’Unione europea, si comporta in maniera tristemente collaborazionista”.

L’attenzione dei media si polarizza in maniera sterile e divisiva fra sovranisti ed europeisti e si disperde su aspetti del tutto secondari, senza entrare mai veramente nel merito delle strategie e delle soluzioni utili alla comunità.

Chi potrà mai tutelare i nostri interessi, se neppure ci poniamo il problema?

DOMANDE

Il Comitato promotore della manifestazione del 12ottobre invita il Paese a prendersi le sue responsabilità, iniziando con il sottoporre all’attenzione pubblica una SERIE DI DOMANDE INIZIALI, sui quali si sollecita la ricerca collettiva di risposte adeguate.

  1. Posto che l’Unione europea non può, oggettivamente, sopravvivere a sé stessa, come ci prepariamo al futuro? Aspettiamo passivamente, o ci prendiamo le nostre responsabilità?
  2. Perché accettiamo che il controllo dell’emissione e della distribuzione della moneta sia sottratto alla responsabilità della politica?
  3. Sono più importanti i diritti degli esseri umani, o quelli dei capitali e delle merci?
  4. Di fronte alle nostre ricchezze, come possiamo tollerare i vergognosi tassi di emigrazione giovanile, la povertà, la disoccupazione, il precariato, che angosciano milioni e milioni di concittadini?
  5. Perché non applichiamo il dettato costituzionale che impone obblighi precisi alla Repubblica a favore del benessere materiale e spirituale di tutta la popolazione?
  6. Cosa è auspicabile per l’Italia, considerando la nostra cultura, le nostre aspirazioni, le nostre capacità e le nostre debolezze? Il ritorno agli stati nazionali? L’Europa dei popoli? Gli Stati Uniti d’Europa?
  7. Siamo sicuri che per garantire rapporti pacifici e costruttivi con gli altri popoli europei nei campi della cultura, della ricerca, del commercio e della produzione, sia proprio necessario mettere in comune delle Istituzioni politiche grandi e lontane?
  8. Le leggi uniformi che sarebbero emanate da organismi sopra nazionali ancora più potenti e lontani, ed imposte a popoli di cultura, lingua, religione, costumi e tradizioni diverse, come potrebbero rispettare le innegabili diversità?
  9. La diversità è un valore da difendere, o un ostacolo all’integrazione? L’integrazione e l’omologazione verso l’uniformità sono un valore o un disvalore?
  10. Quali soggetti hanno il potere e la capacità di organizzare eventuali istituzioni politiche grandi e lontane, considerato che viviamo oggi nel mondo della manipolazione scientifica delle informazioni e del consenso, come anche della concentrazione abnorme della ricchezza e del controllo sul sistema formativo e informativo?
  11. I popoli europei sono in grado di orientare il processo di trasformazione necessario a costruire una Europa dei popoli? Oppure l’evoluzione verso gli Stati Uniti d’Europa sarebbe orientata a favore del grande capitale sopra nazionale, esattamente come è già a suo tempo avvenuto per l’Unione Europea?
  12. I popoli europei sanno leggere e capire i Trattati internazionali?

PROPOSTE DI RIFORME
Il Comitato promotore ha anche elaborato una serie di PROPOSTE POLITICHE CONCRETE, necessarie a mettere l’Italia in condizione di affrontare le incertezze del futuro da una posizione di forza e non più subalterna, come è oggi, rispetto ai mercati e ad altri paesi.

Le sottopone ora al vaglio di tutte le forze del Paese genuinamente interessate all’interesse collettivo, italiano, europeo e mondiale.

L’obiettivo è anche quello di impedire che multinazionali ed investitori stranieri, interessati solo al profitto, possano continuare a considerare l’Italia una golosa “terra di conquista”.

Qui stanno trovando, grazie ai “collaborazionisti”, ricchezze enormi,  indifese e sempre più a buon mercato:

una mano d’opera qualificata particolarmente creativa e flessibile;

aziende private con importante know-how;

aziende pubbliche di gestione di servizi essenziali, che in mani private diventano macchine da soldi, naturalmente a prezzo di costi sociali crescenti;

una massa enorme di risparmio privato abituato a fidarsi dei consigli degli esperti (che per le banche d’affari straniere è diventata una fonte importante di profitti, spesso non trasparenti);  

immobili di pregio che nel Paese dell’arte e della cultura si trovano in ogni angolo e stanno passando di mano a prezzi da saldo;

perfino spiagge, montagne, isole, inopinatamente rese cedibili a soggetti privati.

Ecco allora le Riforme Strutturali Democratiche, utili al Popolo italiano, necessarie a rafforzare la struttura sociale ed economica del Paese.

POSSONO ESSERE ATTUATE ORA.

SERVONO ENORMEMENTE AL PAESE, QUALUNQUE SIA L’EVOLUZIONE DEL FUTURO SCENARIO INTERNAZIONALE.

Sono divise in quattro settori:

  1. Rafforzamento della struttura finanziaria;
  2. Sostegno alla struttura produttiva
  3. Adeguamento della macchina amministrativa
  4. Democratizzazione della vita politica

Le analizziamo in dettaglio, e le contrapponiamo alle “riforme strutturali volute dai mercati”, utili solo agli ultraricchi del mondo, promosse dall’Unione europea e assecondate dai collaborazionisti nostrani.

1) RAFFORZAMENTO DELLA STRUTTURA FINANZIARIA.

Partiamo da una constatazione. Le finanze di un paese vanno valutate complessivamente, unendo il settore pubblico a quello privato.

I travasi dall’uno all’altro sono infatti sempre possibili: tramite la tassazione, che toglie ai privati per dare allo Stato; e le privatizzazioni, che tolgono allo Stato per dare ai privati.

La Troika lo sa perfettamente, ed infatti con le sue riforme strutturali propone sempre l’aumento della tassazione sulle ricchezze private e la privatizzazione degli asset e dei servizi pubblici.

Viste unitariamente, le finanze italiane sono “invidiabili”, ma non ne siamo affatto consapevoli! Guardiamo i numeri, per rendercene conto.

A fronte di un debito pubblico di 2400 mld (che è certamente più alto degli altri paesi) c’è un patrimonio pubblico di un migliaio di mld.

Il patrimonio pubblico può essere svenduto per fare cassa (come suggerisce la Troika), oppure incrementato: possiamo infatti investire nella valorizzazione del nostro enorme patrimonio culturale, senza svenderlo; possiamo ricostruire il sistema di partecipazioni statali, che già una volta ci ha portato ai vertici delle classifiche economiche mondiali.

Il debito privato delle aziende produttive e delle famiglie italiane è più contenuto che negli altri paesi (dati banca d’Italia).

Il valore del patrimonio immobiliare privato (5 mila mld) e del risparmio finanziario delle famiglie (4300 mld) è fra i più alti al mondo.

Se fosse una cosa intelligente, con tutte queste risorse si potrebbe ripagare integralmente l’intero debito pubblico italiano. Ma sarebbe cosa stupida! Dannosa per la popolazione, perché distruggerebbe il risparmio privato, indebolendo l’economia ed il tessuto produttivo.

Cosa fare per usare in maniera più intelligente quelle risorse?

È bene, anzi è indispensabile, che ogni italiano giovane o vecchio, donna o uomo, di destra o di sinistra, sappia questo, e non lo dimentichi mai:

investendo oculatamente 3-400 mld di euro, si fa sparire completamente la povertà, la disoccupazione ed il precariato; si offre l’opportunità di una vita dignitosa ai nostri figli; si risolvono tutti gli scottanti problemi che la politica colpevolmente trascina da tempo immemore, con la scusa della mancanza di risorse finanziarie ”. 

Se il piano fosse già articolato, l’obiettivo si potrebbe raggiungere in un anno! Siccome la politica si è sempre occupata d’altro, diciamo che occorrerebbero ragionevolmente tre-cinque anni: una legislatura.

Facendo naturalmente attenzione a cosa produrre (cose utili e durevoli); come produrlo (rispettando l’ambiente); dove produrlo (favorendo la vocazione dei territori) e come ripartire onori ed oneri (evitando conflitti sociali); con occhio vigile alla bilancia dei pagamenti (è bene produrre a casa nostra le cose che compriamo oggi inutilmente dall’estero).

A fronte di un bisogno di 3-400 mld, ci sono in Italia disponibilità per MIGLIAIA di miliardi!

Migliaia! Che oggi giacciono inoperosi sui depositi bancari, oppure chiusi nelle cassette di sicurezza, o ancora investiti nell’ingannevole mondo della bolla finanziaria speculativa fatta di titoli e derivati.

Nota bene: la finanza privata non ha alcun interesse oggettivo a finanziare quel piano di investimenti: preferisce usare il risparmio dei cittadini per gonfiare il valore di titoli e derivati!

Solo lo Stato può e deve farlo!

In teoria lo stato potrebbe farsi prestare meno di un dieci per cento di quella ricchezza finanziaria dai suoi cittadini (3-400 mld su 4300), per finanziare tutto il piano di investimenti. Il risparmio dei cittadini sarebbe al sicuro, e si genererebbe nuova ricchezza reale e concreta per tutti.

Oppure potrebbe finanziarlo con creazione monetaria, in quanto gli investimenti ben fatti creano anche ricchezza reale, quindi non possono generare inflazione (c’è infatti equilibrio fra nuova moneta e nuova ricchezza).

Ma queste due opzioni (prestiti e creazione monetaria) sono ostacolati dalle regole europee, che impongono di fatto di finanziare la spesa pubblica essenzialmente con le tasse, escludendo il ricorso alla creazione monetaria (in quanto riservata alla BCE che ha il divieto di finanziare Stati ed enti pubblici) e limitando fortemente perfino l’indebitamento (attraverso i discutibilissimi “parametri di Maastricht” sui rapporti fra debito e deficit sul PIL).

Le alternative residue per finanziare gli investimenti sono allora tre:

  1. Adeguarsi alla riforma strutturale voluta dall’Ue e dai mercati, che chiedono di aumentare le tasse sul patrimonio, sugli scambi, e sugli immobili;
  2. “Creare indirettamente nuova moneta”, come i mini-bot, le monete fiscali, le stato-note e simili;
  3. INDIVIDUARE E RAFFORZARE UN FORTE SETTORE DI BANCHE PUBBLICHE E TERRITORIALI, per indirizzare il risparmio privato verso investimenti produttivi piuttosto che nel mondo della finanza speculativa.

La soluzione a) può funzionare nell’immediato, è vero, ma come effetto collaterale distruggerebbe il risparmio privato (cosa che non sembra molto intelligente ed è perfino contraria alla Costituzione) e rischia anche di vanificare gli effetti benefici degli investimenti, in quanto agisce negativamente sulla tenuta della domanda interna (le tasse sottraggono a famiglie e aziende le risorse che alimentano la domanda). 

Anche la soluzione b) può funzionare, e non è un caso che venga proposta e sostenuta con insistenza da diversi settori nella società civile, ma è difficile da spiegare ai cittadini, ed è comunque facilmente osteggiata dai mercati, dall’Unione europea e dai collaborazionisti nostrani, che fanno appello alla riserva concessa alla BCE per la gestione delle politiche monetarie, ed alla oggettiva complicatezza e oscurità della normativa in materia. (osserva la fine ingloriosa che ha fatto il progetto mini-bot, pur inizialmente approvato dal Parlamento!).

Vediamo allora più da vicino la soluzione c), partendo da questa informazione: è ampiamente adottata in Germania, in Francia ed in altri paesi europei che usano ampiamente le banche pubbliche e territoriali per finanziare l’economia domestica.

Questa soluzione non può quindi essere facilmente osteggiata per l’Italia né dalle autorità europee, né dai collaborazionisti nostrani.

Certo è che non farà piacere ai mercati, ma si tratta di fare cose ampiamente consentite dalle leggi (anzi, auspicate dalla Costituzione), consentite dai trattati e che, per di più, producono l’effetto di smontare il potere di ricatto che oggi i mercati hanno ed esercitano.

Nota bene: finanziando attività produttive attraverso banche pubbliche che formalmente soggiacciono al diritto privato (sono S.p.a.) NON SI GENERA DEBITO PUBBLICO.

Non solo: il piano di investimenti fa salire meccanicamente il PIL e quindi il rapporto debito PIL non può che migliorare!

Quindi: banche pubbliche.

Attenzione, però: non è sufficiente che una banca sia formalmente pubblica. È anche necessario che tutto il personale direttivo delle banche pubbliche venga reso consapevole e orientato a favore del progetto degli investimenti produttivi, e ben disposto a impedire l’indirizzamento del risparmio privato verso i mercati speculativi (titoli e derivati).

L’attenzione è necessaria, perché i regolamenti “prudenziali” voluti a Basilea spingono fortemente in senso contrario: rendono meno conveniente per le banche erogare prestiti a famiglie, enti ed aziende, piuttosto che investire direttamente o indirettamente sui mercati speculativi.

Gli attuali manager delle banche in orbita pubblica NON SONO ADATTI ALLO SCOPO, perché sono stati  selezionati nel tempo da meccaniche strettamente funzionali alle logiche di mercato, addestrati in gran parte nel mondo delle grandi banche d’affari sopra nazionali. Vanno cambiati.

Quindi, la soluzione c) al completo prevede:

– sostituzione del top management di Cassa Depositi e Prestiti, Banco Poste, Monte dei Paschi di Siena, Mediocredito Centrale e di tutti gli altri enti o agenzie pubbliche coinvolti nel settore;

– disposizioni e istruzioni inequivocabili a tutto il personale direttivo, affinché orienti il risparmio dei cittadini italiani verso il piano di investimenti nazionale.

Oltretutto, cambiare il management ed istruire adeguatamente il personale direttivo, è decisamente più facile e rapido che riuscire ad emettere una legislazione che separi le banche speculative da quelle commerciali (cosa buona e giusta, che andrà comunque fatta, quando possibile).

Un altro compito importantissimo che la rete di banche pubbliche deve svolgere, in armonia con il Tesoro, è l’orientamento di una parte del risparmio privato verso l’investimento in titoli di stato italiani. Titoli che il Tesoro, a sua volta, deve gradualmente “adattare” alle esigenze dei risparmiatori privati.

Considerato infatti che per il piano degli investimenti sono sufficienti 3-400 miliardi, resta da proteggere e impiegare più saggiamente buona parte di quelle migliaia di miliardi di risparmio privato che oggi sono oggetto del desiderio della speculazione mondiale.

Questo intervento ci libera dal ricatto dello spread!

Le banche pubbliche devono: smettere di proporre prodotti speculativi; orientare l’investimento dei risparmiatori italiani verso forme di titoli di stato o forme di semplice deposito vincolato su scadenze più o meno brevi.

Il Tesoro deve: smettere di offrire titoli adatti alla speculazione mondiale, modificando le procedure di collocamento; emettere titoli pensati per i privati (titoli a scadenza breve oppure indicizzati all’inflazione domestica); offrire ai cittadini, oltre ai titoli di stato, “conti deposito vincolati a tempo”, per il tramite di una banca pubblica. Rientrano infatti nel debito pubblico, ma non essendo titoli, evitano la volatilità dei mercati secondari (lo spread).

L’insieme di azioni consente di:

  1. Proteggere il risparmio delle famiglie (come impone la Costituzione)
  2. Riportare in casa la gestione del debito pubblico italiano ed il suo finanziamento (senza più l’affanno di dover “attirare capitali esteri”)
  3. Eliminare il potere di ricatto dei mercati speculativi (lo spread che si agita)
  4. Ridurre il costo per interessi (i risparmiatori privati hanno pretese più ragionevoli degli speculatori professionisti internazionali).

Ricordiamo ora la Grecia ed i bancomat chiusi, che hanno permesso alla Troika di imporre al Paese riforme strutturali dalle orribili ricadute sociali sulle fasce più deboli della popolazione.

Con quello in mente, veniamo alla terza cosa che va assolutamente fatta nel settore delle banche pubbliche: creare un sistema dei pagamenti “interno”, che faccia scorrere fluidamente la moneta e che non possa essere interrotto dall’esterno (neppure dalla BCE).

L’obiettivo si raggiunge con semplicità, senza sconvolgere l’esistente, né i rapporti internazionali, aprendo a tutti i cittadini, codici fiscali e partite iva, un conto corrente fiscale presso Banco Poste (che ha almeno uno sportello in ognuno dei comuni italiani, già collegati in rete fra di loro).

Gratuito e obbligatorio.

Può essere utilizzato per ogni adempimento fiscale, per il regolamento delle negoziazioni in titoli di stato riservati al mercato domestico, per consentire il regolamento dei “conti deposito” presso il Tesoro.

Naturalmente, quel conto può essere usato anche per “farci la spesa”, come un normale conto corrente (in tal caso sarebbero previsti costi di gestione, anche per non generare problemi di concorrenza). Beneficio fondamentale accessorio: quei servono a farci stare tranquilli in caso di sorprese (piano B attuato da altre nazioni).

Ricordiamo di seguito, per inciso, la riforma strutturale perseguita nella stessa materia, invece, dai mercati e dall’Unione europea.

Unificazione del sistema bancario europeo, da sottoporre integralmente a controllo e vigilanza della BCE (una BCE totalmente indipendente dalla politica) in maniera da sottrarlo definitivamente alle possibilità di utilizzo da parte degli stati nazionali.

Tutte le banche, in questo disegno europeo, continuano a mescolare pericolosamente le attività speculative (titoli e derivati) con quelle commerciali (depositi e prestiti), ed a privilegiare meccanicamente le attività speculative.

2) SOSTEGNO ALLA STRUTTURA PRODUTTIVA

La forza economica dell’Italia è nella sua rete delle medie e piccole imprese: creative, flessibili, capillari, solide perché ancora basate su valori umani di solidarietà (per quanto il sistema lo consente).

La grande dimensione produttiva non genera affatto effetti sociali benefici, come una certa propaganda lascia intendere. Anzi: tende a uniformare la produzione, e quindi a omologare i gusti; tende a prevaricare la politica e la società intera, con il suo crescente potere di condizionamento; riesce ad “imporre” la propria produzione (obblighi di acquisto imposti dalla legge).

La piccola dimensione, invece, è decisamente più funzionale ai bisogni umani di relazioni solidali e armoniche, si adatta più facilmente nei territori a bisogni che sono diversi e multiformi, e non riuscirà mai a prevaricare né la dimensione politica, né gli orientamenti di consumo delle famiglie.

Il nostro sistema produttivo delle piccole e medie imprese rappresenta quindi qualcosa di cui andare orgogliosi, da proteggere e incentivare.

Questo compito di protezione e sostegno, in passato, era svolto egregiamente dal Sistema delle Partecipazioni Statali. Finché ha resistito, ha offerto servizi preziosi alla rete di imprese private in tutti i settori strategici di supporto alla produzione, a condizioni vantaggiose: energia, finanza, logistica, trasporti, agricoltura e alimentazione, comunicazioni, ricerca di base e applicata, formazione, produzioni di base.

Le piccole e medie imprese domestiche, private irragionevolmente di quel supporto, resistono ancora oggi grazie alla loro forza intrinseca, ma con sforzi sempre più eroici.

Per contro, le grandi aziende private che hanno sostituito le partecipazioni statali nei settori strategici di supporto alla produzione, sono oggi orientate esclusivamente al profitto privato, spesso in contrasto con l’originaria missione sociale di assistenza  alla rete di imprese nazionali.

Quel supporto è necessario, è perfettamente coerente con il nostro modello produttivo e, va sottolineato, è coerente con l’impianto normativo voluto dalla Costituzione!

Ricreare quel sistema è dunque un dovere etico, politico, strategico ed economico di fondamentale importanza per la nostra comunità, e per il futuro dei nostri figli.

Non si parte dal nulla: possono essere orientate in tale direzione le risorse e le strutture della Cassa Depositi e Prestiti, così come la rete di Agenzie italiane che si occupano di economia e produzione, in tutti i settori.

Devono essere riunite sotto una precisa responsabilità del Ministero dell’economia, a ricostituire idealmente quello che a suo tempo è stato l’I.R.I.

Forti dell’esperienza passata e dei rischi di corruzione, è importante che siano predisposte con cura di adeguate forme di controllo da parte del Parlamento, e della società civile.

Altro compito primario è la definizione dettagliata del piano di investimenti nazionale, perselezionare cosa produrre, come e dove.

Alle aziende private che rispettano le caratteristiche indicate dalla Costituzione, cioè che abbiano ben chiara la prevalenza dell’interesse pubblico sul mero obiettivo del profitto privato, va offerta assistenza finanziaria e logistica a  condizioni adeguate.

Ricordiamo invece quanto pesino oggi su questo sistema produttivo nazionale: una finanza privata e straniera di rapina, che travalica spesso le pur elevatissime soglie dell’usura; un sistema di tassazione svincolato dalla effettiva capacità contributiva che penalizza decisamente la piccola dimensione; costi inutilmente elevati dei servizi di base (energia, connessione, trasporti, ecc.).

In ottica di programmazione, una riflessione a parte merita il commercio internazionale.

Pensare di “vivere di export”, come suggerisce il modello mercantilista dei paesi del nord e come spinge a fare il modello competitivo di tutto l’impianto normativo europeo, è “suicidario” per un paese come il nostro.

Questo concetto va assolutamente spiegato.

Per esportare, le aziende del paese devono diventare non solo competitive (abbattere i costi e migliorare la qualità e la visibilità), ma sempre “più competitive”, in una lotta senza fine e senza quartiere. Il che vuol dire, meccanicamente: tagliare sul costo del lavoro (quindi sui salari e sui diritti dei lavoratori); tagliare sul rispetto ambientale (costi scaricati in parte sulla comunità e il resto sull’ambiente!); tagliare sul costo dei materiali (che è un controsenso, perché produce danno certo alla qualità e alla sicurezza).

Tenendo presente che il modello competitivo è adottato quasi ovunque nel mondo; che in molti paesi il rispetto dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente e della sicurezza è tenuto in scarsissima considerazione; che le aziende si sono arrogate il diritto di delocalizzare la produzione in questi paesi, e poi di vendere le merci ove vogliono; è evidente ed inevitabile che il mondo intero scivoli sempre più inesorabilmente verso un sistema globale nel quale i diritti dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente e perfino la sicurezza dei prodotti di massa siano destinati ad essere sempre più calpestati, ovunque nel mondo.

Il paese che esporta, mentre rovina sé stesso nello sforzo idiota di diventare sempre più competitivo, si condanna ad un’altra idiozia imperdonabile: siccome i lavoratori si devono accontentare di salari scarsi, non possono permettersi il lusso di comprare i beni che pure hanno contribuito a produrre, ma devono accontentarsi di beni importati caratterizzati da minore qualità, prodotti laddove lo sfruttamento è peggiore, e che quindi hanno un prezzo più “competitivo”.  

In qualsiasi paese, quindi, dentro il modello orientato alle esportazioni, le masse consumeranno prodotti di qualità sempre peggiore di quella che sono in grado di produrre!

Osserviamo un altro aspetto importante: se la crescita è affidata all’export (più export che import), a livello nazionale escono merci pregiate, ed entrano soldi: cioè numeri su computer che, volendo, si creano dal nulla. Non sembra affatto uno scambio intelligente!

Consideriamo infine gli effetti devastanti sull’ambiente causati da un eccesso di commercio internazionale, che sotto gli occhi di tutti: avvelenamento dei mari e dell’aria che respiriamo, modifica strutturale del clima della Terra.  

Un re-orientamento della produzione nazionale verso i consumi interni risolve quindi una montagna di problemi, permette un migliore equilibrio sociale, finanziario e naturale e, nota bene, un migliore e sano equilibrio nei rapporti con il resto del mondo. Va fatto. Ora.

A partire dal mondo dell’agroindustria, oggi controllato da poche multinazionali potenti e senza scrupoli che, mentre avvelenano il mondo e rendono sterili le terre agricole con un eccesso imprudente di chimica, ci propinano cibi decisamente tossici.

Non è concepibile, in Italia, dover consumare salsa di pomodoro prodotta non si sa come dall’altra parte del mondo!

È totalmente da reinventare, deve essere portato a dimensione umana (le piccole e medie imprese italiane si prestano egregiamente allo scopo).

Breve informazione, ora, sulle riforme strutturali in materia di sistema produttivo proposte alternativamente da parte dei mercati (e appoggiate dagli organismi tecnocratici europei).

Le aziende statali e pubbliche vanno privatizzate. In Italia… Ma, nota bene: nei settori strategici Francia e Germania se ne guardano bene dal privatizzare le loro aziende pubbliche, ed alzano muri invalicabili se aziende estere tentano di acquisirle.

Ovunque, viene privilegiata, favorita ed incentivata la grande dimensione, in un pericolosissimo processo di concentrazione a livello mondiale che vede colossi sempre più minacciosamente potenti crescere ed imporre i propri standard.

3) ADEGUAMENTO DELLA MACCHINA AMMINISTRATIVA

l’Unione europea non ha permesso di snellire il peso della burocrazia italiana sulle aziende, come sperato. Piuttosto, lo ha raddoppiato, imponendo una serie di regolamenti europei uniformi che sono pensati per la grande dimensione ma pesano eccessivamente sulle piccole aziende italiane, mentre stridono con la creatività e la “biodiversità culturale” dei nostri territori, oltre che con il comune buon senso.

Vanno rivisti integralmente, semplificati, ridotti all’osso, adattati.

Si fa avvicinando la burocrazia alle popolazioni, è cioè trasferendo la responsabilità totale di gestione normativa e regolamentare verso il basso, agli uffici amministrativi e decisionali degli enti territoriali.  

Si chiama AUTONOMIA e, se fatta bene, è in contrasto con l’attuale confusione di competenze, frazionate irragionevolmente in troppi livelli in perenne conflitto fra di loro. Oggi, nessuno è pienamente responsabile di niente!

Però, attenzione.

L’Esperienza delle Regioni è stata devastante. Sprechi enormi,  diminuzione della qualità dei servizi ed una separazione disfunzionale fra amministrazione e popolazione, con il suo tessuto produttivo.

Se si vogliono far funzionare le cose il potere di prendere decisioni deve scendere ancora di più verso il basso.

Allo Stato deve rimanere il compito di vigilare: sull’uniforme attuazione dei principi costituzionali; sulla garanzia di uniforme erogazione dei servizi essenziali per i cittadini e dei servizi  strategici per le imprese; sul rispetto dell’identità e dell’unità nazionale.

Ai Comuni ed alle Provincie (o ad altre forme di aggregazione fra Comuni, da definire), va assegnato il potere pieno di decidere e di amministrare ogni altra cosa, perché è nella dimensione locale che i cittadini possono essere direttamente coinvolti nella partecipazione democratica, che è linfa vitale del vivere civile, ed è lì che diviene possibile adattare ogni scelta alle caratteristiche uniche, tipiche e irripetibili di ogni comunità locale.

L’esperienza delle province autonome, dove realizzata, ha dato vita ad alcuni dei territori più ricchi d’Europa!

Informazione sulle riforme strutturali volute in materia dai mercati.

Sempre meno potere agli Stati nazionali (che devono “cedere sovranità” e sparire), e sempre più potere alle Regioni (tendenzialmente, alle macroregioni), immaginate come cinghia ideale di trasmissione degli imput che partono da organismi sovra nazionali.

4) DEMOCRATIZZAZIONE DELLA VITA POLITICA

Alle masse mancano nozioni elementari su cosa sia la democrazia, confusa con il diritto di votare.

Nell’epoca della manipolazione scientifica delle informazioni e del consenso, il voto è uno strumento spuntato.

Oltretutto, le leggi elettorali degli ultimi decenni sono incostituzionali. Oscure e tecniche, fatte su misura per consegnare a minoranze organizzate il potere di imporre la propria volontà a tutti, svuotando completamente l’essenza della rappresentanza e del dialogo democratico.

Oggi le persone che occupano indegnamente le istituzioni non ci rappresentano, ma vengono cooptate dai potentati economici sopra nazionali.  

Più che di democrazia, dovremmo parlare di una dittatura dei mercati, che controllano le università, i sistemi informativi, la finanza e lo spread, prima ancora che i politici, ed utilizzano il loro potere per imporre riforme strutturali a loro esclusivo favore.

Ma quasi nessuno è pienamente consapevole dei meccanismi normativi ed istituzionali che hanno trasferito il potere in luoghi opachi e lontani!

Ragioniamo: la rappresentanza democratica, per poter essere concreta e  funzionale, pretende il rispetto di alcuni principi irrinunciabili (comuni a tutte le forme di delega) necessari a difendere il potere del Popolo delegante:

a) il potere di scegliersi nominativamente i rappresentanti;

b) la possibilità di indicare il contenuto della delega;

c) strumenti efficaci di controllo sull’operato del rappresentante;

d) la possibilità del Popolo delegante di ritirare il mandato e di imporre direttamente la propria volontà nei casi estremi.

Nessuno di questi principi è oggi rispettato. Nessuno.

A partire dalla legge elettorale votata da un Parlamento che a sua volta è stato eletto con una legge elettorale formalmente censurata dalla Corte Costituzionale!

Rendere la legge elettorale coerente con l’ABC della democrazia, e con i principi costituzionali, è il minimo indispensabile per avviare un processo di democratizzazione del sistema.

Va quindi fatta urgentemente una legge elettorale pienamente proporzionale, che restituisca nelle mani degli elettori il diritto di scegliersi liberamente i propri rappresentanti.

Purtroppo, nell’immaginario collettivo è stata scolpita a furia di propaganda mediatica l’idea che sia necessario “assicurare la governabilità”. Da qui la prassi malsana di leggi elettorali maggioritarie, e da qui la rassegnazione ad un sistema nel quale sono i vertici dei partiti e non più gli elettori a decidere chi, fra i candidati scelti dai partiti stessi, avrà una possibilità concreta di entrare in Parlamento.

Per rendere possibile il percorso di realizzazione di tutte le riforme indicate, diviene fondamentale un intervento drastico nel mondo della informazione e della formazione, oggi quasi  integralmente controllato dal potere economico sopra nazionale.

Tutte le Riforme Democratiche proposte in questo documento, che si pongono oggettivamente di traverso agli interessi dei poteri forti, hanno assoluto bisogno di UN LARGO CONSENSO POPOLARE, pr poter essere implementate!

Più precisamente: di un consenso “informato”, e non manipolato o estorto.

Per ottenerlo, sono fondamentali azioni decise nel mondo della FORMAZIONE e della INFORMAZIONE, per renderle libere, efficaci, plurali.

Per garantire la necessaria capacità critica nella popolazione, la formazione deve garantire ad ogni cittadino una conoscenza di base nelle materie fondamentali oggi ignorate: economia e finanza, diritto, psicologia, storia e filosofia, mistica e fisica quantistica, arte e letteratura.

Va predisposto ed attuato un programma massiccio di diffusione di queste conoscenze, rivisitando i programmi scolastici ma anche agevolando normativamente e finanziariamente le numerose realtà oggi spontaneamente sorte nella società civile che si sono poste questo obiettivo, favorendo la loro integrazione.

La concentrazione del controllo su giornali e TV da parte del potere economico deve essere spezzata con norme adeguate.

Vanno implementati il divieto di concentrazione proprietaria, la revisione delle assegnazioni delle frequenze, la liberazione del servizio pubblico dalla dipendenza dai partiti e dai mercati. 

Riforme strutturali volute dai mercati (e supportate dall’Unione europea).

Cessione della sovranità. Cancellazione progressiva della Costituzione italiana (particolarmente “indigesta” per i gusti dei mercati).

Privatizzazione del servizio pubblico e delle Università.

CONCLUSIONI.

Le riforme indicate in questo documento non ci consegnano certo il paradiso terrestre, né rappresentano di per sé il compimento di qualsiasi modello ideale.  

Non ci portano né fuori dalla gabbia dell’Unione europea, né ci traghettano verso gli Stati uniti d’Europa.

Non ci restituiscono la sovranità monetaria.

Ma una cosa è certa: aprono tutte le porte.

Rendono possibile qualsiasi scelta futura.

Donano alla Politica la piena responsabilità.

Rendono al Popolo Sovrano la possibilità di scelta: fra i propri obiettivi e desideri, e le Riforme strutturali che oggi ci impongono i mercati dietro ricatto dello spread e con l’acquiescenza dei collaborazionisti nostrani.

il 12 ottobre, a Roma, manifestiamo uniti per richiedere a gran voce le Riforme Strutturali Democratiche per Popolo italiano.

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Comments

  1. sono assolutamente convinto che non sia ulteriormente prorogabile la presa di coscienza (ora negata dai media mafiosamente manovrati) l’attuazione piena della nostra costituzione del 48,la totale sovranità del popolo,anche e sopratutto monetaria , e ripudiare i trattati ,mes,e crimini annessi, ricreare la domanda aggregata per portare alla piena occupazione e risparmio indispensabili alla vita, la difesa del made in Italy,del nostro territorio, ambiente ,confini, salute e benessere di tutta la popolazione.fermare la distruzione del clima creata dalle irrorazioni aeree genocide e distruttive della nato onu…permettere ad ogni stato cosi di eliminare la crisi, inventata da chi vuole la globalizzazione ed eliminazione di stati e popoli!!!!

  2. E’ perfetto andrebbe inviato a tutti i leader di partito! Solo alla fine prima delle conclusioni, penso sia saltato qualcosa nella stesura del documento, dopo l’alinea “Vanno implementati il divieto di concentrazione proprietaria, la revisione delle assegnazioni delle frequenze, la liberazione del servizio pubblico dalla dipendenza dai partiti e dai mercati.”, infatti i successivi capoversi non sembrano inquadrati nel filo del discorso fin lì condotto.
    Cmq un grande grazie a Guido Grossi .

  3. Un articolo veramente splendido e a trecentosessanta gradi. Fa piacere constatare che l’opposizione a questa ignobile degenerazione della politica si sta organizzando almeno intellettualmente. Speriamo che molto presto riesca anche a sviluppare gambe per camminare e braccia per lottare

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