AAA CERCASI SOVRANISTA di *Luca Dinelli

Le recenti tornate elettorali ci hanno regalato poche sorprese e insegnato qualcosa.
Partiamo dall’ultima, che ha visto centrosinistra a trazione PD e centro destra a trazione Lega, contendersi l’Emilia Romagna: i temi nazionali non sempre vincono quando in ballo ci sono le specificità e le tradizioni di una terra; specie se, nonostante tutto, ben amministrata se paragonata ai disastri che la circondano.

Lo ha capito Bonaccini, che di fronte ad un ribaldo Salvini, troppo tronfio per i recenti successi e troppo grossolano, tanto da ricordare l’albertogiussanesimo-bossismo della prim’ora, ha opposto uno stile sobrio e forte di un’esperienza fatta sul campo, anteposta ad inutili orpelli, primo fra tutti quello stesso stemma PD oscurato e messo in ombra come un’onta da far dimenticare.
Si è capito, tra l’altro, che quella vittoria Bonaccini la deve tutta ad una borghesia medio-alta, che lo ha votato in tutte le grandi concentrazioni urbane dove l’economia è più solida e i redditi significativamente più alti della media; non ha convinto, invece, nelle periferie povere dove è più significativa la presenza del precariato e dove la stagnazione economica ha morso più che altrove; a scaricarlo sono stati proprio gli sfruttati, i depredati, gli espulsi, i dimenticati da un’economia abbandonata al libero dispiegarsi di un neo-darwinismo selvaggio e da uno Stato che di fronte ai problemi del paese si è ritratto come un paguro nel proprio guscio.

Si è capito, anche se qualcuno nicchia, che poco spostano i finti movimenti nulla-proponenti e nulla-contestanti, che si danno ritrovo nelle piazze danzanti per celebrare la rievocazione nostalgica di una sinistra che fu. Secondo SWG il 78% dei votanti intervistati si sarebbe recato alle urne anche senza l’intercessione delle sardine, mentre solo il 3% dichiara determinante la loro presenza.

Andando a ritroso alle elezioni umbre, è banale constatare l’effetto sul voto di un PD commissariato per scandali e di un centro destra forte di una crisi di governo, indotta da un Salvini poco avveduto, ma traghettata verso un ribaltone inviso al popolo da un Movimento 5 stelle ormai privo di ogni credibilità.

Nessuna novità sugli altri fronti elettorali regionali e nazionali.
La polpetta avvelenata servita sul piatto agli italiani presenta due inequivocabili varianti: da una parte l’apparato della governabilità, dei conti in ordine, della responsabilità, del senso di realtà, dall’altra la compagine sedicente antisistema, anticasta, anticorruzione, anti Europa, anti clandestino.
Ma nei fatti, dove sono finiti i sovranisti?

E’ stupefacente constatare la progressiva scomparsa di tutti i temi che per gli italiani dovrebbero fare la differenza. E’ persino imbarazzante rimarcare la cecità dei vari centristi, filoverdiniani, filorenziani, filoberlusconiani, filopiddini, di fronte ad una sovrastruttura incardinata su direttive e regolamenti, progettati in seno ad istituzioni sovranazionali eterodirette dalla grande finanza che impediscono allo Stato qualsiasi possibilità d’intervento in qualsivoglia direzione.

I governi e gli amministratori locali sono attanagliati da regole che impongono la rigida osservanza di obiettivi di tipo contabilistico. Le regioni sono condizionate da vincoli di bilancio che si fanno di anno in anno sempre più stringenti, con tagli che colpiscono la sanità, l’istruzione, i trasporti, la manutenzione del territorio. Gli enti locali, con poche eccezioni, sono perennemente in bilico sull’orlo del dissesto.

Eppure non una voce si leva dai banchi di coloro che hanno fatto voto di obbedienza ad un europeismo ottuso e acritico.
E anche dal fronte opposto attendiamo invano che si pronunci una parola significativa. Il tutto si è ridotto ad un dibattito asfittico sul pensionamento anticipato, la riduzione delle tasse, la chiusura dei porti, l’inno alla sicurezza (più celebrata che realizzata), la dimensione delle vongole.

Ultimamente siamo venuti a conoscenza dell’apertura leghista a Draghi come presidente della repubblica, abbiamo appreso attoniti dalla bocca del “capitano” che l’euro è irreversibile e abbiamo saputo che Garavaglia non è appassionato al tema del superamento dell’obbligo al pareggio di bilancio inserito in Costituzione.
Anche quest’ultima tornata elettorale ci ha regalato un silenzio assordante sui problemi strutturali del paese e sulle cause che ne impediscono la soluzione.

Niente sul definanziamento pluridecennale della sanità, niente sulla necessità di massicci investimenti statali sul sociale e sulla manutenzione del territorio, niente sul superamento della logica perversa della sussidiarietà che abbiamo capito tradursi nella regola (un po’ yankee, diciamolo) “dove non arrivo io, arrangiati da te”. Niente sull’obbligo derivante dai trattati europei di rispettare un tasso di disoccupazione funzionale al contenimento dei prezzi. Niente sulla necessità di impedire alle multinazionali la delocalizzazione degli stabilimenti, ricorrendo ove necessario alla nazionalizzazione delle imprese. Niente sulla necessità di riportare un controllo capillare dello Stato sulle condizioni di lavoro. Niente sulla preoccupante deriva del sistema creditizio che drena risorse dall’economia reale e lo dirotta verso investimenti speculativi.

Per affrontare questi problemi lo Stato deve riappropriarsi delle leve di politica economica e monetaria che ha devoluto alle istituzioni europee. Il motivo di questa fuga davanti alle cause strutturali della crisi del sistema-paese è fin troppo evidente: la paura di fronteggiare l’apparato leviatanico rappresentato dall’Unione Europea e gli interessi reali sottesi alla sua costruzione. Il grande capitale si nutre di crisi, necessita per accrescersi di disarticolare le istituzioni democratiche che ne costituivano l’argine naturale, ha bisogno di privatizzare e trasformare in merce ciò che le costituzioni di ispirazione socialista avevano sottratto alla logica di mercato e orientato al progresso della collettività.

Di fronte alla constatazione della pochezza di argomenti sollevati nel dibattito politico italiano e alla dilagante assenza delle istituzioni nazionali nell’indirizzo dell’economia e nella definizione delle politiche sociali, desta stupore l’allarme suscitato dal presunto pericolo sovranista che ancora rotocalchi e televisioni diffondono.

Noi non scorgiamo sovranisti all’orizzonte.

Se davvero ne esistono, si facciano trovare.

*Luca Dinelli è membro del CPT Lucca di Liberiamo l’Italia

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