CHI HA DISTRUTTO LA SANITA’ PUBBLICA di Luca Dinelli*

Le recenti difficoltà registrate dalla sanità italiana, travolta dall’emergenza corona virus, sono frutto di anni di tagli devastanti, indotti dalle politiche economiche dell’Unione Europea.

Cerchiamo di capire perché.

Il modello disegnato da Maastricht in poi si regge sull’assunto che i paesi aderenti all’Unione debbano realizzare un tendenziale pareggio di bilancio, debbano cioè spendere quel tanto che è consentito dalla fiscalità generale. Ciò risulta cristallizzato negli ormai famosi parametri presi a riferimento come indice di solvibilità e buon andamento di un paese, non suffragati da alcuna teoria economica, secondo i quali il deficit pubblico non dovrebbe superare il 3% in rapporto al PIL e il debito pubblico dovrebbe mantenersi entro il limite del 60% rispetto al PIL. Tali parametri sono stati precisati nel tempo ed hanno assunto ulteriori declinazioni, sulle quali non ci soffermiamo in questa sede.

Quello che conta è che le azioni suggerite da questa impostazione hanno spinto nel tempo al progressivo contenimento della spesa pubblica nei vari paesi membri, con gravi conseguenze su tutti i capitoli di spesa dei bilanci pubblici,  dalla sanità, alla ricerca, alle pensioni, alla scuola, alla manutenzione del territorio.

A fronte di una drastica retrocessione degli stati, rispetto ai compiti tradizionalmente assunti dal secondo dopoguerra fino ai primi anni novanta, la formula classica suggerita per sostenere il PIL è stata quella di favorire gli investimenti privati, domestici e stranieri, e le esportazioni, comprimendo la domanda interna. Questo obiettivo è stato perseguito attraverso una politica selvaggia di riduzione dei salari e precarizzazione del lavoro, nel tentativo di attrarre gli investimenti dei gruppi finanziari e delle multinazionali, indotti dall’apertura di mercati, un tempo occupati dall’intervento pubblico, e dai maggiori margini di profitto assicurati dall’abbassamento del costo della manodopera e dalla progressiva flessibilità raggiunta dal mercato del lavoro. Questi interventi hanno portato il PIL di alcuni paesi a crescere nuovamente e ciò è stato visto con favore dai promotori delle ricette neoliberiste eurocentriche; tuttavia le valutazioni ottimistiche spesso non tengono conto della caduta precedente del PIL determinata dalle politiche austeritarie e, soprattutto, del fatto che a seguito della riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia, la ricchezza prodotta coi nuovi assetti si concentra nelle mani di pochi e non viene redistribuita in salari e pensioni. Valga su tutti l’esempio della Spagna che nel 2018 ha registrato una crescita del PIL del 2,8%, pur in presenza di una disoccupazione pari al 14%.

Vediamo quali ripercussioni specifiche hanno avuto questi interventi sulla sanità pubblica.

Diciamo che dinamiche analoghe hanno caratterizzato tutti gli stati membri, con particolare intensità laddove i sistemi di welfare erano maggiormente sviluppati. In Spagna il modello Alzira, ha determinato la progressiva devoluzione alla gestione privata degli ospedali e delle strutture sanitarie, in Francia sono stati introdotti modelli di aziendalizzazione della sanità pubblica che hanno portato alla concentrazione dell’offerta ospedaliera in pochi grandi centri e un’attenzione sempre più spinta a parametri di tipo contabilistico che hanno condizionato l’intervento medico, tanto da portare alla recente protesta del personale medico, leso nel potere discrezionale di decidere e indirizzare i percorsi di cura. In Grecia, poi, gli interventi della troika hanno di fatto azzerato la sanità pubblica.

In Italia, successivi interventi di finanza pubblica hanno ridimenzionato il settore sanitario tanto da portare nel corso di circa 10 anni il finanziamento nazionale dal 7,1% del PIL all’attuale 6,4%.

Con la legge finanziaria 2010 (l. 191/2009, art. 2, co. 71) è stato introdotto il blocco parziale alle assunzioni, che imponeva al monte salari il limite massimo del livello raggiunto nel 2004 diminuito del 1,4%.

Il D.L. 78/2010 ha introdotto tagli al salario accessorio del personale e blocchi alle progressioni di carriera, con tagli ai fondi destinati alla contrattazione integrativa che non sono stati più recuperati.

Il D.L. 95/2012, sulla spending review, ha fissato a 3,7 per mille abitanti il numero massimo di posti letto delle strutture ospedaliere o assimilate presenti sul territorio, di cui lo 0,7 da destinare alla lungo degenza. Nel parossistico tentativo di contenere la spesa, attualmente tutti i territori registrano un numero assai più basso rispetto a tale standard e stimato intorno al 3,4 per mille a livello nazionale, con minimi che si attestano intorno 2,4.

Il D.L. 158/2012, noto come decreto Balduzzi dal nome del suo estensore, ha aperto la via alla deospedalizzazione, delineando un modello basato sulle aggregazioni funzionali di medici di medicina generale sul territorio e introducendo i presupposti per la creazione delle Case della Salute, nell’intento di spostare risorse dall’ospedale al territorio. Tranne rare eccezioni, tali strutture non sono state oggetto di adeguati stanziamenti, traducendosi per lo più in presidi territoriali del tutto inadeguati a prestare un servizio compensativo della riduzione dell’assistenza ospedaliera.

Sempre il decreto Balduzzi ha operato aperture al partenariato pubblico-privato nell’edilizia ospedaliera, dando l’avvio ad una serie di operazioni di dubbia convenienza per il pubblico che hanno portato alla nascita di nuovi ospedali, tutti rigorosamente caratterizzati dalla drastica riduzione di posti letto rispetto alle realtà preesistenti.

Il decreto ministeriale 70/2015 ha delineato le soglie di attività per le varie attività ospedaliere, introducendo una classificazione in base al bacino di attrazione dell’utenza e al numero di casi trattati, che ha comportato il ridimensionamento delle attività delle piccole strutture e ha favorito la concentrazione sugli ospedali provinciali e sulle strutture ospedaliere di eccellenza.

Gli interventi normativi di tipo austeritario si sono tradotti in una selva di parametri stringenti, che hanno riguardato la spesa farmaceutica, gli elettromedicali e dispositivi medici, i contratti di fornitura di beni e servizi, gli acquisti di prestazioni specialistiche da operatori accreditati; tutto questo si è tradotto in una contrazione complessiva dell’offerta sanitaria, inducendo il gigantismo delle Asl nate dalla fusione delle precedenti realtà, con operazioni poco efficaci dal punto di vista gestionale, ma unicamente orientate dall’esigenza di annacquare gli sforamenti rispetto ai vincoli sui vari capitoli di spesa.

Tutto ciò si è abbattuto sul sistema sanitario restituendoci una fotografia molto diversa da quella di 10 o 15 anni fa. Il tessuto delle professionalità si è estremamente depauperato. Al blocco delle assunzioni si è fatto fronte con esternalizzazione di servizi e progressiva sostituzione del personale stabile, con operatori assunti con contratti a termine o altre forme di contratto atipico. Il ricorso all’attività aggiuntiva incentivata di medici e infermieri, consistente nel richiamo straordinario in servizio oltre ai turni programmati e alle reperibilità, è letteralmente esplosa negli ultimi mesi, rendendo estremamente complicato il rispetto della normativa europea sui riposi minimi di legge.

Le prestazioni che la sanità pubblica è oggi in grado di offrire sono appena sufficienti all’ordinaria gestione delle esigenze del paese.

Ecco perché l’emergenza corona virus ci coglie del tutto impreparati e costretti a drastiche misure di prevenzione, che forse in altri tempi avrebbero potuto essere mitigate.

*Luca Dinelli è membro del Comitato Popolare territoriale di Lucca

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